Hiv in ambito pediatrico: la presa in carico del paziente in Italia

Il numero di bambini con Hiv è diminuito drasticamente negli ultimi anni in Europa e in Italia grazie alla terapia antiretrovirale che, assunta in gravidanza dalle donne sieropositive, impedisce la trasmissione verticale (da madre a bambino) del virus. Le poche centinaia di bambini con Hiv nel Paese vengono seguiti con competenza nei centri pediatrici specialistici; ciononostante restano ancora alcune sfide da superare per una presa in carico ottimale di questi pazienti, come ci racconta l’infettivologa e pediatra Vania Giacomet, Professoressa di Pediatria all’Università di Milano.

“L’Italia è uno dei Paesi con minore incidenza di trasmissione verticale dell’Hiv in Europa e nel mondo. Questo rispecchia il panorama europeo in generale, che è molto diverso da quello dell’Africa subsahariana o di alcuni Paesi dell’Asia dove oltre ad esserci una trasmissione verticale si verifica anche una maggiore trasmissione orizzontale del virus tra adolescenti”, spiega Giacomet. “Le linee guida più recenti consigliano di trattare i bambini con Hiv il più precocemente possibile”.

Una difficoltà tipica del trattamento dell’infezione in età pediatrica sta nel fatto che la terapia consiste nella somministrazione di tre farmaci che devono essere assunti singolarmente dal paziente, contrariamente a quanto accade per i pazienti adulti che possono beneficiare di combinazioni a dosi fisse e che assumono in un’unica pillola i tre principi attivi. “Per i bambini non è ancora disponibile un farmaco che racchiude in sé i tre principi attivi, finché questi non raggiungono i 20 chili di peso (quindi parliamo di bambini di 5 o 6 anni). La terapia consiste nella somministrazione, da parte del genitore o del caregiver, di tre farmaci (pastiglie o sciroppi) anche più volte al giorno”.

La Professoressa ricorda che negli ultimi tre decenni le terapie per l’Hiv pediatrico hanno subito un’importante evoluzione. Erano assenti all’inizio degli anni Novanta, poi sono stati messi a punto farmaci sgradevoli (al gusto) e difficili da somministrare. “Ora le aziende ci stanno aiutando ad andare verso ‘il farmaco ideale’, che richiede una singola somministrazione al giorno, semplice da somministrare, che non sia sgradevole da ingerire, che sia dispensabile in acqua (per evitare ai bambini piccoli l’ingestione di una pillola) e che porti al minor numero possibile di effetti collaterali”.

Un altro aspetto critico della gestione della malattia nei bambini con Hiv è la comunicazione della diagnosi. “Già dall’età prescolare il bambino dimostra un’avversione ad assumere i farmaci. È difficile capire perché proprio lui, e non gli altri bambini, deve prendere una medicina tutti i giorni. I pediatri hanno il compito di parlare al bambino della malattia, magari con il supporto di uno psicologo e sicuramente coinvolgendo la famiglia del paziente”, continua Giacomet. “Quando il paziente è piccolo usiamo termini molto semplici, dicendogli ad esempio che ha un’infezione che colpisce i soldatini che difendono il suo corpo dalle malattie. Poi con gli anni i soldatini diventano i globuli bianchi, poi i linfociti T Helper e il virus viene chiamato con il suo nome: Hiv. In questo lungo processo di comunicazione è fondamentale trasmettere al paziente i messaggi positivi associati alla terapia. L’assunzione regolare del farmaco offre al bambino la possibilità di vivere una vita lunga, di fare attività sportiva, di andare a scuola e “da grandi” avere bambini senza correre il rischio di trasmettere loro l’infezione”.

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